domenica 5 settembre 2010

L’ITALIA DA AMARE



di Marcello Veneziani       
Il Tricolore languiva nelle canti­ne dell’oblio fino a quando qualcuno decise di denigrarlo e usarlo per scopi indegni e allo­ra riprese a sventolare nei no­stri cieli. Fratelli d’Italia era di­ventato un inno mimato solo nelle partite della Nazionale mentre i calciatori masticava­no i chewing gum, fino a quan­do qualcuno lo disprezzò e allo­ra si propose di cantarlo tutti, in ogni occasione ufficiale e perfino obbligatoriamente. Il Crocifisso calava giorno dopo giorno dai muri dei pubblici uffici, fino a quando qualcuno decise di offenderlo o addirittura di rimuoverlo per decreto. E allora si propose di difendere la sua pubblica affissione in casa e in Europa. Insomma, ci stavamo abituando a un’Italia incolore e multicolore, a un’Italia di figli unici e muti, senza fratelli e senza inno cantato, a un’Italia senza crocifisso; fino a che leghisti, filoislamici, atei e laicisti ci hanno stuzzicato a tal punto da resuscitare amor patrio e amor di Cristo. Quanti insospettabili patrioti e osservanti abbiamo scoperto per contrasto negli ultimi tempi. Io me li ricordo i patrioti di oggi cosa dicevano fino a poco tempo fa e con che aria di ironico compatimento, se non di acida disapprovazione, guardavano ai fautori dell’amor patrio. Dicevano che la patria era un’anticaglia nell’epoca della globalizzazione e dell’internazionalismo, che era il rifugio dei mascalzoni o il privilegio di lorsignori, che il patriottismo era una maschera del nazionalismo se non del fascismo; che era retrò, stucchevole, oleografico oggi che c’è l’Europa il richiamo all’unità nazionale.

E me li ricordo i difensori odierni dei crocefissi che fino a qualche tempo prima pensavano naturale e moderno e liberale lasciar scolorire pian pianino quei segni di fede dalle aule pubbliche. Erano considerati da loro segni confessionali di un’Italia ormai superata e ancora clericale. Poi, improvvisamente, è bastato qualche accenno di nemico e tutti lì a suonare l’allarme per la patria in pericolo, per l’unità nazionale minacciata dagli atroci padani e per l’Italia cattolica minacciata dai feroci saladini e dagli atroci ateocrati di estrazione massonica, tecno-euro-burocratica. Dobbiamo dunque dir grazie a Bossi, Zaia e Calderoli, a qualche ayatollah del laicismo ateo o a qualche garante delle religioni altrui, se oggi si è riacceso qualche fuocherello per i simboli civili e religiosi della nostra tradizione. Siamo un Paese col motore a reazione, nel senso che abbiamo bisogno di reagire a qualcuno per riscoprire ciò che ci identifica e ci lega. Se ci minacciano una cosa a cui non tenevamo più, allora reagiamo e facciamo barricate per tutelarla come un bene prezioso; se nessuno ci minaccia siamo pronti a lasciarla languire e perfino morire. Prendete le commemorazioni per l’Unità d’Italia. Se non ci fosse stata qualche polemica leghista, sanfedista e papista e qualche sberleffo, chi si sarebbe occupato veramente delle sue celebrazioni? Se non avessero insultato o spernacchiato Garibaldi e i Savoia, ne avremmo parlato con un rinato, inatteso fervore? E se non avessero offeso, umiliato, la nostra religione, diffamando i papi, i vescovi e i preti sui temi del nazismo o della pedofilia, qualcuno avrebbe difeso Cristo, la Croce e la Chiesa? Non so quanto potranno durare e lasciar tracce in profondità, un amor patrio e cristiano così relativi, occasionali e precari. Ma capisco ormai una cosa: se vuoi ottenere una cosa in Italia devi eccitare il suo contrario. Se vuoi salvaguardare la poltrona a qualcuno devi dire che vogliono farlo fuori; e se vuoi impedire che qualcuno ottenga una poltrona lo devi dire in anticipo sui giornali per suscitare indignazione e veti incrociati: è quel che si chiama bruciare una candidatura. In un Paese di martiri presunti e di vittimisti veraci, per tenerti una cosa, una casa, un incarico, devi denunciare che stanno per togliertela: è capitato a tanti gay, immigrati, nomadi, ebrei, donne, che sono riusciti a salvarsi denunciando preventivamente una discriminazione ai loro danni. Sfratti, direzioni di istituti, incarichi di potere, premi sono stati bloccati in questo modo. Ma queste sono furbate, nel caso del tricolore, dell’inno e del crocifisso l’attacco c’era ma alla fine è stata una grazia. È quel che i filosofi chiamano eterogenesi dei fini, quando i risultati rovesciano le intenzioni. Oggi l’amor patrio è tenuto in vita da pochi leghisti, l’amor di Dio da pochi atei, l’amor della Chiesa da pochi anticlericali. Quanto potrà durare questo patriottismo per dispetto e per furbizia di marketing? Se il contrappasso è la legge invisibile del nostro Paese, aspetto con ansia che cessi la campagna contro i privilegi, i supercompensi, gli enti superflui; chissà che, finendo di denunciare gli abusi e gli sprechi, si cominci a tagliare sul serio. Se ami l’Italia prendila a botte.
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  da:
ilgiornale.it

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