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venerdì 26 gennaio 2018

Elezioni Lazio. Con Parisi in campo CasaPound punta al 10% dei voti

Habemus candidatum. Ebbene sì, dopo tanto cincischiare, dopo i veti incrociati e le lotte fratricide, il centrodestra ha finalmente trovato la sua unità nell’ex candidato sindaco del comune di Milano, Stefano Parisi. Sarà lui, al costo di una manciata di seggi blindati in Parlamento, il candidato alla presidenza della Regione Lazio di tutta la coalizione unita. L’uomo che avrà il delicato compito di condurre Forza Italia, Fratelli D’Italia e Lega ad una sconfitta dignitosa senza disturbare chi sta correndo per la poltrona di governatore. Parisi, quindi, dopo aver perso clamorosamente a Milano contro il sindaco Sala (dove anche i sondaggi gli andavano contro perché lo davano per favorito) si sta dimostrando l’uomo giusto nelle elezioni a perdere per buona pace di Zingaretti e Lombardi. Ma anche di Mauro Antonini candidato di CasaPound e di Sergio Pirozzi, sindaco simbolo del sisma del Centro Italia e  leader della lista civica "Lo Scarpone". Il primo è, ormai, l’unico candidato in campo a rappresentare un partito di destra che sta, giustamente, gongolando perché gli è stata messa a disposizione un'intera elezione per tentare di catalizzare il voto d'area, il secondo, il sindaco di Amatrice,  potrebbe invece - in questa corsa a cinque - accaparrarsi il voto di protesta contro gli apparti di partito e gli inciuci di palazzo. Una frammentazione del voto che rischia di mettere in seria difficoltà la "poco favorita" coalizione di centrodestra e di lasciare fuori dal Palazzo non pochi candidati al consiglio regionale. Staremo a vedere.

Intanto, il top manager di società private e di Palazzo Chigi, il socialista e liberale, il leader del partito(?) Energie per l'Italia si è dimostrato il candidato buono per tutte le stagioni e, da ieri, pure per tutte le regioni. Potrebbe rivelarsi anche l’asso nella manica di Berlusconi, Salvini eMeloni se dal 5 marzo il centrodestra riuscirà, grazie al “buon lavoro” prodotto dalla sua trasferta nel Lazio, a rinnovare buona parte della propria classe dirigente laziale.  

Antonio Cacace.

giovedì 18 gennaio 2018

Caso Petacci. Monta la protesta contro il comico di Floris

   Com'era prevedibile, la provocazione di Gene Gnocchi, sotto forma di rozza satira televisiva, ha provocato le prime reazioni negli ambienti della destra. La scorsa notta dei militanti faentini di Forza Nuova hanno affisso sulla cancellata dell’abitazione del comico uno striscione con su scritto “VIGLIACCO”.
L’azione dimostrativa degli esponenti del partito di Roberto Fiore è stata la reazione alla battuta, ritenuta offensiva, del comico che a “DiMartedì”, il programma su La7 di Giovanni Floris, ha paragonato Claretta Petacci - ammazzata dai partigiani solo perchè amava Benito Mussolini - ad un maiale e per l'esattezza al maiale immortalato in una foto mentre grufolava tra i cassonetti stracolmi di rifiuti in un quartiere periferico della Capitale.

   Questa la rivendicazione del partito lanciata a mezzo stampa: «Un omuncolo patetico, un insipido comico che, per rimanere aggrappato all'onda dello spettacolo, si ritrova ad offendere anche i morti - scrive in una nota Desideria Raggi, responsabile provinciale di Fn - Un vigliacco che dimostra tutta la sua viltà e pochezza paragonando la scrofa di Roma a Claretta Petacci, un prodotto sottovuoto addestrato alla comicità più becera dal solito antifascismo stantio che, come in tante altre occasioni, sputa sull'onore di un defunto impossibilitato dunque a difendersi. Non è forse sessismo paragonare una donna ad una scrofa? Perché non sento starnazzare le femministe, a partire dalla Boldrini, in difesa di Claretta?».

    Quanto accaduto la scorsa notte è solo l’ultima di una lunga serie di reazioni e proteste. Sui social, dopo il fatto, uno degli hashtag più usato è stato #GeneGnocchi. E ad usarlo sono stati anche nomi noti della politica nazionale. Alessandra Mussolini, dal suo account di Twitter ha tuonato: «Gene Gnocchi, tu sei un verme! Paragonare il maiale che gira per Roma alla Petacci è una merdata che solo uno stronzo come te poteva partorire»Massimo Corsaro, deputato di "Direzione Italia", partito di centrodestra fondato e guidato da Raffaele Fitto, chiama in causa la Boldrini«Signora Presidente, nulla da dire sulla performance di Gene Gnocchi e Floris?». Simone Di Stefano, candidato Premier di CasaPound Italia, ha postato su facebook lo storico scatto che ritrae la Petacci, ormai esanime, appesa a testa in giù a piazzale Loreto e commentato: «Claretta Petacci, donna innocente, innamorata, uccisa, stuprata, appesa e maciullata dai partigiani. Goditi il frutto del tuo odio. Ne sarai orgoglioso, vigliacco». Roberto Fiore, leader di Forza Nuova: «L’infelice battuta di Gene Gnocchi su Claretta Petacci non rappresenta altro che la triste retorica di chi, come i sinistroidi, non ha altre argomentazioni da proporre se non offese».

   Mattia Feltri, invece, scrive nel suo editoriale su La Stampa: «Tale era la vergogna che quando Claretta Petacci, la donna di Benito Mussolini, fu issata a testa in giù in piazzale Loreto, e dalla camicetta le uscì il seno, e la gonna scese a mostrarla senza mutande, una staffetta partigiana porse una spilla da balia a don Giuseppe Pollarolo e il prete con la spilla rimediò.  
Tale era la vergogna che non si è mai saputo, o confessato, perché Claretta fosse senza mutande. Tale era la vergogna che esistono dieci o quindici versioni diverse sulla fucilazione di Claretta, come su quella del Duce. Tale era la vergogna che in Mussolini Ultimo Atto, il film del 1974 di Carlo Lizzani, partigiano e comunista, si racconta che si fece di tutto per allontanare Claretta dal plotone d’esecuzione, e infine fu uccisa quasi per accidente. Tale era la vergogna. Tale era per una donna che seguendo Mussolini nella ridotta di Valtellina credeva solo di aver vinto la sua guerra, lei amante, contro le altre cento amanti, e contro la moglie Rachele. Tale era la vergogna che Sandro Pertini, uno che per antifascismo si era fatto il carcere e il confino ed era stato condannato a morte dai nazisti, e ne scampò evadendo da Regina Coeli, e infine votò per l’esecuzione di Mussolini, ecco, tale era la vergogna che nel 1983 Pertini disse: “La sua unica colpa è di aver amato un uomo”.  
Tale non è più la vergogna che l’altra sera, facendo umorismo sul maiale fotografato a Roma da Giorgia Meloni, Gene Gnocchi ha detto che quel maiale è femmina, “si chiama Claretta Petacci”. In studio tutti a ridere. E stavolta neanche una spilla».  

   E c’è anche chi, sdegnato da quanto accaduto nel salotto di Floris, sta raccogliendo le firme per chiedere l’allontanamento di Gnocchi da La7. Magari troverà un lavoro in un negozio o magari in una fabbrica.

giovedì 11 gennaio 2018

Elezioni Lazio: tra i due litiganti (Gasparri/Pirozzi) spunta Rampelli ed è caos.

Si complica ulteriormente il percorso che porta alla Pisana per la coalizione di centrodestra. Come se, a due mesi dalle elezioni non bastasse il braccio di ferro tra Forza Italia e i supporter dello “Scarpone” per decidere chi, tra Maurizio Gasparri e Sergio Pirozzi, dovrà essere il candidato alla presidenza della Regione Lazio, Fratelli D'Italia si infila nella partita e prova a sbaragliare il tavolo dei pretendenti. La leader di Fratelli D’Italia, Giorgia Meloni, ospite oggi pomeriggio a Cartabianca su Raitre, non usa mezzi termini e rivendica la candidatura e la forza del suo partito nel Lazio: «Maurizio Gasparri sarebbe un buon candidato ma noi abbiamo messo sul tavolo il nome del nostro capogruppo, Fabio Rampelli e ricordo che Fdi nel Lazio è il partito di maggioranza relativa». E su Pirozzi dice: «L’ho sentito e gli ho detto che se non fosse possibile, come mi pare, arrivare a una convergenza sul suo nome sarà lui a decidere se vorrà dare una mano al centrodestra a vincere o», restando candidato, «a perdere».

La situazione ora diventa molto complicata perchè a cinquantadue giorni dal voto non esiste l'accordo sul candidato governatore: Forza Italia vuole Gasparri, Fratelli D’Italia lancia Rampelli, la Lega non prende ufficialmente posizione  ma gradirebbe Pirozzi e il sindaco di Amatrice, dal canto suo, non intende ritirare la sua candidatura. A questo punto, con tre nomi in lizza, il rischio potrebbe essere proprio quello paventato da Francesco Storace sul suo profilo twitter «Se il centrodestra candiderà un altro suo esponente contro Pirozzi non consegnerà la regione aZingaretti e al centrosinistra ma ai grillini. Avevo capito che Berlusconi li considerasse il nemico peggiore». E un risultato del genere non sarebbe neanche la prima volta nel Lazio. Basti ricordare perchè, ad esempio, Roma e Civitavecchia si ritrovano due sindaci grillini.

Antonio Cacace

lunedì 8 gennaio 2018

È Gasparri il candidato alla presidenza della Regione Lazio. Manca solo l'ufficialità (?)

Manca solo l’ufficialità, ma i giochi sembrano fatti, sarà quasi certamente Maurizio Gasparri il candidato alla presidenza della Regione Lazio per il centrodestra.

La candidatura del vice presidente del Senato circolava con insistenza da diverse settimane nelle stanze romane di Forza Italia e, come preannunciato nel precedente articolo, è stato proprio il vertice di ieri ad Arcore tra Berlusconi, Salvini e Meloni a suggellare l'accordo.

Con l’ipotesi di Gasparri in campo come candidato unitario, la coalizione avrà solo pochi giorni di tempo per far ritirare la candidatura a Sergio Pirozzi che invece non intende mollare e, proprio di fronte alla possibile candidatura del senatore di Forza Italia, fa sapere di non essere disponibile a fare nessun passo indietro. «No, - spiega in una intervista all'Adnkronos - lo farei solo nel caso di  Giorgia Meloni, che è un leader nazionale». Il sindaco di Amatrice non sembra neanche interessato a “barattare” la candidatura con un posto in Parlamento ed esclude ogni possibile ipotesi in tal senso: «L’unico posto sul quale ci potrei pensare - fa sapere con una battuta - è quello di commissario tecnico della nazionale», essendo lui anche un allenatore di calcio. 

Dunque l’accordo c’è, è siglato, ma la partita non è ancora chiusa perché né Gasparri e né tanto meno il centrodestra (soprattutto Lega e FDI) sono disposti a scendere in campo per fare una buona prestazione ma intendono giocare per vincere e fino a quando la “grana” Pirozzi non sarà disinnescata (se ciò accadrà) il nome di Maurizio Gasparri non potrà essere annunciato ufficialmente. La partita, quindi, se non è chiusa è ancora aperta e tutt'altro che scontata come vorrebbero far credere da Forza Italia.

Intanto, come diciamo da quando è iniziata questa querelle elettorale, Nicola Zingaretti e Roberta Lombardi sono già da tempo in campagna elettorale e se anche il centrodestra riuscirà, nei prossimi due mesi, ad individuare il proprio candidato governatore (Pirozzi - ricordiamolo - è in campo da oltre un mese), potrà partecipare a queste elezioni. Ma dovrà correre - e non poco - per recuperare lo svantaggio accumulato. Che partano le scommesse!

Antonio Cacace


7 gennaio 2018. La “sindaca” Raggi diserta anche la commemorazione di Acca Larentia

Ennesima mancanza di rispetto verso la destra e la sua storia da parte della Giunta capitolina pentastellata. 

Sembra ormai diventata una questione personale quella che contrappone la “sindaca” di RomaVirginia Raggi e la destra romana, tanto da aver orientato verso quest’ultima una irreprensibile azione amministrativa che ha provocato uno sgarbo dopo l’altro: lo sfratto dei militanti dalla storica sezione dell’MSI di Colle Oppio, la “cancellazione” del murales che ricordava Mario Zicchieri e, storia di ieri, l’assenza di un suo rappresentante alla cerimonia di commemorazione della strage di Acca Larentia. Infatti, a ricordare l’assassinio di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni, davanti all’ex sede del Movimento Sociale Italiano di via Acca Larentia,  nel quartiere Tuscolano, non c’era, come previsto, il presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito, bensì solo il cerimoniale del Campidoglio con 2 agenti della Polizia Locale che hanno deposto una corona.

A denunciare "la grave assenza" dell’amministrazione Raggi sono stati due esponenti di Fratelli d’Italia, il capogruppo in Campidoglio Fabrizio Ghera ed il consigliere comunale Andrea De Priamo, entrambi presenti alla commemorazione con una rappresentanza del partito, per rendere omaggio a quelle giovani vite spezzate dall'odio comunista.

Contattato da Il Giornale.it, De Priamo ha raccontato: «Ho chiamato De Vito per sincerarmi se venisse, lui non mi ha risposto, poi mi ha richiamato dicendo che non poteva esserci».Sull'assenza del delegato del sindaco circolano due versioni discordanti: una possibile dimenticanza del presidente dell’assemblea capitolina o un errore della sua segreteria che potrebbe aver trascritto l’appuntamento in maniera errata. Però, poi, arriva la versione ufficiale: quella del "malore". De Vito tenta comunque di smontare il caso e di arginare le polemiche  minimizzando l'accaduto «Era presente la polizia locale che ha deposto una corona». Tesi che non soddisfa il consigliere di Fratelli d'Italia che ribatte: «Sarebbe stata doverosa la presenza della Raggi».

Probabilmente la presenza di un rappresentante comunale ad Acca Larentia avrebbe potuto creare ulteriori imbarazzi ad una giunta grillina perennemente imbarazzata dai "pochi" risultati amministrativi che stanno trasformando, giorno dopo giorno, la città più bella del mondo nella capitale peggio organizzata d’Eupopa.

Antonio Cacace

martedì 2 gennaio 2018

"Africani non lasciate la vostra terra"

“Africani non lasciate la vostra terra” è l’appello che i Vescovi africani hanno rivolto ai loro giovani per non farli emigrare in Europa. Solo se resterete nella vostra terra - hanno detto gli alti prelati ai loro conterranei - potrete far progredire l’Africa e riuscire a star meglio. L’elenco dei Vescovi dei Paesi africani che hanno invitato i loro fedeli a non emigrare - secondo il giornale online La Nuova Bussola Quotidiana che ha lanciato la notizia - è lungo, va dal Senegal alla Nigeria, ed è la reazione indignata nei confronti di alcuni filmati che mostrano come vengono trattati i migranti prima di essere venduti ai trafficanti come schiavi, per poi affollare le coste italiane.

«Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire» così ha tuonato dal Senegal Monsignor Benjamin Ndiaye, arcivescovo di Dakar, mentre Monsignor Joseph Bagobiri, suo omologo della diocesi nigeriana di Kafachan, ha affermato che esiste una speranza di vita migliore in Nigeria piuttosto che in Europa. Una presa di posizione forte, quest'ultima, se consideriamo che  proprio la Nigeria e il Senegal sono i due Paesi africani da cui sono partiti il maggior numero di persone che da clandestini sono approdate nelle nostre coste e in Europa.

Tutto questo è troppo, anche per i vescovi, che invocano la dignità della persona umana e l’attaccamento alla propria terra «…Meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione» e ancora «Cari ragazzi, tocca a noi costruire il nostro Paese, tocca a noi svilupparlo e renderlo un luogo in cui è desiderabile e piacevole vivere, nessun straniero lo farà al posto nostro».

Dai vescovi africani arriva, quindi, un appello a investire nei propri paesi per creare posti di lavoro e per evitare che i giovani si mettano nelle mani dei trafficanti di esseri umani privi di scrupoli per tentare la “fortuna” in Europa. Praticamente è l’esatto contrario di quanto Papa Bergoglio va dicendo in Europa, sintomo che esiste una preoccupante spaccatura all’interno della chiesa.

Antonio Cacace