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Un fondo per bambini può spingere la politica a guardare lontano

Dalla Finlandia arriva una proposta che guarda oltre il presente: investire oggi su ogni neonato per aiutare i genitori di domani. Non è la soluzione alla denatalità, ma può indicare una strada.

Proviamo a immaginare. Nasce un bambino e lo Stato mette da parte per lui 5.000 euro. La famiglia non può spenderli e neppure il ragazzo potrà usarli una volta diventato maggiorenne. Quel denaro viene investito e resta lì, anno dopo anno, fino a quando quel bambino, ormai adulto, avrà a sua volta un figlio.

L’idea, raccontata dal giornalista Massimo Calvi su Avvenire, arriva dalla Finlandia e si chiama Vauvasampo: “vauva” significa neonato, mentre il Sampo è un oggetto mitologico che porta prosperità. Il progetto nasce dalla Federazione finlandese delle famiglie, Väestöliitto, con il sostegno di Sitra, il fondo finlandese per l’innovazione e lo sviluppo sostenibile.

Il funzionamento è facile da spiegare. I 5.000 euro versati alla nascita vengono investiti per molti anni. Quando la persona diventa genitore può ricevere, ad esempio, una quota prevalente del capitale accumulato: se il fondo fosse cresciuto fino a 10.000 euro, la maggior parte — poniamo circa il 60% — verrebbe erogata alla nascita del primo figlio. Un’ulteriore parte, ad esempio il 20% ciascuna, potrebbe essere riconosciuta in caso di secondo e terzo figlio. Se invece entro i 45 anni non avrà avuto figli, l’intero capitale resterebbe al fondo e verrebbe reinvestito a beneficio dei bambini della generazione successiva.

È in sostanza una previdenza al contrario. Di solito i giovani sostengono le pensioni degli anziani. Qui la società investe sui bambini, affinché domani possano costruire più facilmente una famiglia: una nuova solidarietà tra generazioni.

Anche in Finlandia nascono sempre meno bambini: 45.832 nel 2025, con 1,30 figli per donna. In Italia, secondo l’Istat, i nati sono stati 355 mila e la fecondità è scesa a 1,14. I decessi hanno superato le nascite di 296 mila unità e siamo la nazione più anziana dell’Unione europea.

Dietro questi numeri ci sono persone che cambiano priorità e stili di vita, ma anche coppie che vorrebbero un figlio e non si sentono abbastanza sicure. Pesano il caro vita, il costo dei figli, la precarietà, il lavoro discontinuo e il timore di perdere reddito. Chi ha un reddito basso o un impiego fragile ha ancora meno possibilità di diventare genitore. Non tutte le rinunce, quindi, sono semplici scelte personali.

Non possiamo però copiare il modello finlandese senza adattarlo. Abbiamo più abitanti, territori molto diversi e un debito pubblico elevato. Si potrebbe però studiare un fondo pubblico separato dalla spesa corrente, trasparente e sottoposto a controlli indipendenti. Una base uguale per ogni neonato potrebbe essere accompagnata da un sostegno maggiore per i redditi bassi e i territori che si stanno spopolando.

Il fondo, da solo, non basterebbe. Dovrebbe camminare insieme ad asili accessibili, congedi per entrambi i genitori, aiuti per la casa, un fisco attento ai figli e un lavoro più stabile. Non sostituirebbe le politiche familiari già esistenti: aggiungerebbe un nuovo strumento e, soprattutto, una prospettiva più lunga.

Il cuore della proposta è questo. Il punto più interessante non riguarda soltanto il denaro. I bambini non votano e chi nascerà tra dieci anni non può chiedere oggi attenzione. Per questo le democrazie faticano a investire in progetti che daranno risultati dopo venti o trent’anni. Il Vauvasampo manda invece un messaggio chiaro: le nuove generazioni contano per lo Stato, anche se non portano consenso immediato.

Il Vauvasampo non è una formula magica e non risolverà da solo la crisi demografica. Dice però una cosa semplice: non è vero che non si può fare più nulla. Una società può ancora scegliere di credere nella famiglia e nel proprio futuro.

Conservare, del resto, non significa restare immobili. Significa custodire ciò che conta e prepararlo per chi verrà dopo. È questo il compito di una politica lungimirante: occuparsi delle prossime elezioni, certo, ma senza dimenticare le prossime generazioni.


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