Ore di guerriglia urbana, un agente assaltato a colpi di martello, oltre cento feriti: qui non c’è protesta, c’è un metodo. E chi lo copre si assume una responsabilità politica.
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| fonte foto: Lavocedelpatriota.it |
C’è un confine netto, che una democrazia seria non può permettersi di superare. Da una parte il diritto di manifestare, anche duramente; dall’altra la violenza organizzata che usa la piazza come terreno di caccia e le città come ostaggio. A Torino quel confine è stato spianato: non una “tensione”, non un “incidente”, ma ore di guerriglia urbana con attacchi alle Forze dell’ordine, roghi, devastazioni e un pestaggio che definire inaccettabile non rende l'idea.
La cronaca, purtroppo, parla di un attacco alla democrazia e alle istituzioni. Dopo una fase iniziale più composta, con il calare del buio sono partiti - come prevedibile - gli assalti: lanci di bottiglie molotov e oggetti contundenti, petardi e fuochi d’artificio sparati contro gli agenti, arredi urbani divelti e trasformati in armi, cassonetti incendiati. In quel disordine, un poliziotto di 29 anni del reparto mobile è stato accerchiato e brutalmente malmenato: calci, pugni e colpi di martello, fino al ricovero in ospedale. Il bilancio complessivo è pesante: oltre cento feriti tra le forze dell'ordine secondo le prime indagini; ci sono già arresti e denunce.
In mezzo a tutto questo, c’è la questione politica, prima ancora dell'ordine pubblico. Si chiama Askatasuna: una realtà che negli anni è stata raccontata da una certa narrazione di complicità come “spazio sociale” intoccabile, quasi un’eccezione morale alla legge. E invece la legge è una sola e non prevede eccezioni, proprio perché è uguale per tutti. La chiusura e il sequestro dello stabile, con perquisizioni e sequestri disposti nell’ambito di indagini e attività di polizia, vanno letti per quello che sono: il ripristino di un principio elementare, cioè che la legalità non si contratta con chi occupa illegalmente e pretende di dettare le regole sul territorio.
Qui sta il punto che molti, a sinistra, continuano a non voler affrontare “senza se e senza ma”. Perché è troppo comodo commuoversi per la “piazza”, e poi balbettare quando la piazza diventa un battaglione d’assalto. È troppo comodo chiamare “partecipazione” ciò che, nei fatti, è un sistema: occupazione, intimidazione, scontro e copertura politica. E infatti, ogni volta, spunta il solito repertorio: “provocazioni”, “repressione”, “diritto al dissenso”. Ma è legale occupare un immobile? È legale sfasciare, incendiare, aggredire e terrorizzare durante una manifestazione? Se la risposta è no - e lo è - allora non stiamo parlando di politica: stiamo parlando di reati!
C’è poi un’altra verità che merita rispetto: chi indossa una divisa in strada rappresenta lo Stato. E uno Stato non può accettare che un suo agente venga pestato in branco, a colpi di martello. Uno Stato non può mandare il messaggio devastante che “si può fare”.
E infatti non sarà così!
La solidarietà alle Forze dell’ordine non è un riflesso emotivo, è una scelta di civiltà. Anche perché - dettaglio che andrebbe inciso nella memoria di chi oggi pontifica - contenere scontri di questa intensità senza trasformare la città in un campo di battaglia richiede professionalità e sangue freddo. La domanda, allora, è semplice e spietata: di cosa parleremmo oggi se, in quel momento, qualcuno avesse sparato per difendersi? Quante lezioni morali avremmo ascoltato, quante accuse strumentali contro il governo?
Non è un caso che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sia andata in ospedale a Torino a incontrare gli agenti feriti, con parole durissime che chiamano le cose col loro nome. E non è un caso che anche mondi lontani, persino l’Università degli Studi di Torino, abbiano condannato senza esitazioni le violenze. Perché qui non c’è una “battaglia culturale”: c’è la sovversione, c'è la convivenza democratica messa sotto attacco.
Che fare, allora, oltre l’indignazione? Servono scelte pragmatiche, verificabili, immediate. Identificazione rapida e capillare di chi aggredisce (le immagini ci sono, spesso chiarissime), processi rapidi, misure cautelari coerenti con la pericolosità dei fatti, e una linea pubblica che non conceda alibi: nessuna zona grigia, nessun romanticismo da centro sociale, nessuna indulgenza linguistica. E, soprattutto, un’assunzione di responsabilità politica: chi vuole guidare le istituzioni dica con nettezza se sta con lo Stato o con chi lo colpisce.
Perché la democrazia è un sistema fragile solo quando smette di difendersi. Torino, oggi, è un avvertimento per tutti: o si ripristina il principio di autorità - che significa legge, regole, tutela dei cittadini e di chi li protegge - oppure la prossima manifestazione sarà solo la prossima prova generale di impunità ideologica.
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