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Crans-Montana, la ricca Svizzera presenta il conto della tragedia: inaccettabile!

Sui 100mila franchi chiesti a Roma per le cure ai ragazzi feriti nel rogo del Constellation si gioca una partita che va oltre la burocrazia: dignità, rispetto e responsabilità istituzionale.

(foto Corriere del Ticino)

C’è un limite oltre il quale la burocrazia smette di essere amministrazione e diventa qualcosa di profondamente inappropriato. La vicenda di Crans-Montana, con l’ipotesi che le autorità svizzere possano chiedere all’Italia oltre 100mila franchi per le cure prestate a tre ragazzi italiani rimasti feriti nell’incendio del Constellation, supera ogni limite di burocrazia e di buon senso.

"Se questa ignobile richiesta dovesse essere formalizzata, annuncio fin da ora che l’Italia la respingerà al mittente e che non le darà alcun seguito”. Le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni non sono una semplice reazione politica, ma fissano un punto fermo: davanti a una tragedia, lo Stato non può piegarsi a logiche contabili. Non siamo di fronte a un ordinario contenzioso sanitario, ma a una situazione che chiama in causa rispetto, dignità e senso delle istituzioni. Ed è su questo terreno che l’Italia ha scelto di stare.

Dalla Svizzera invece arrivano solo spiegazioni tecniche: di vincoli normativi, di impossibilità di coprire i costi, di regole che non consentono deroghe. Spiegazioni forse utili negli uffici elvetici, ma del tutto fuori luogo e inappropriate davanti alla responsabilità morale di questa vicenda. Perché quando si parla di giovani feriti in una tragedia, il richiamo alle procedure non può diventare un alibi e tanto meno un vincolo.

Il caso, inoltre, accende anche una luce (che è giusto sapere) sul modello sanitario svizzero, molto diverso dal nostro. In Svizzera la sanità non è gratuita come da noi: si basa su assicurazioni obbligatorie, premi e compartecipazioni. È un sistema probabilmente efficiente, ma costruito su una logica assicurativa. L’Italia, con tutti i suoi limiti, ha scelto un’altra strada: quella di un servizio sanitario pubblico che cura tutti, indipendentemente dal reddito o dalla provenienza.

Ed è proprio qui che la vicenda assume un significato ancora più forte. L’Italia non ha esitato a mettere in campo le proprie strutture, a partire da ospedali di eccellenza come il Niguarda di Milano, per curare anche i feriti svizzeri coinvolti nell'incendio. Lo ha fatto senza chiedere nulla, senza trasformare un’emergenza in una partita contabile. Per questo la pretesa svizzera appare ancora più fuori luogo e inopportuna.

La Svizzera non può rifugiarsi dietro le procedure ma assumersi le proprie responsabilità. E non è solo una questione amministrativa, ma una prova di credibilità istituzionale e di rispetto verso un Paese vicino che, nei fatti, ha dimostrato solidarietà concreta. Una fattura, in questo contesto, diventa inevitabilmente un atto irrispettoso che suona come un oltraggio.

L’Italia deve tenere la sua linea. Difendere i propri connazionali, anche sul piano simbolico, è un dovere. E deve farlo fino in fondo senza tentennamenti. Perché una nazione seria non abbandona i propri cittadini e non accetta che, dopo il dolore, arrivi una conto irrispettoso che suona come un oltraggio.

C'è da augurarsi che da Berna arrivi un passo indietro prima che la vicenda diventi ufficiale e si trasformi in un caso diplomatico. Sarebbe il segnale più semplice e, allo stesso tempo, più significativo: riconoscere che non tutto può essere ridotto a una questione di contabilità. In certe circostanze, il rispetto viene prima delle regole. E ricordarlo non è solo buon senso: è il minimo che ci si aspetta da un Paese civile. 

AC, La Voce del Patriota 27 aprile 2026 (leggi la fonte)


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