domenica 16 ottobre 2011

Indignati, Roma 15 ottobre: Quante balle su black bloc. Sono solo vecchi criminali

Facce vecchie. Dietro la sigla indignados si nascondono i soliti noti: i violenti hanno soltanto cambiato il nome.


Indignati o rivoltosi? Indignati o criminali? Al corteo di Roma è accaduto quanto molti temevano. Migliaia di persone condotte in piazza allo sbando, senza un minimo di organizzazione. Nessun servizio d’ordine. Nessun gruppo di comando. Nessuna difesa nei confronti di una parte dei manifestanti: quella arrivata a Roma per combattere, per distruggere, per uccidere.



Le dirette televisive hanno parlato per ore di black bloc. Ma era un bugia o un errore imperdonabile. I tanti che hanno aggredito con furia la polizia, i carabinieri e la guardia di finanza non erano alieni arrivati da Marte. Erano ben conosciuti da chi aveva promosso il corteo. Sono stati lasciati liberi di cercare il morto, di devastare il centro di Roma. Se questa è una parte della sinistra di governo, ha ragione Angelino Alfano, il segretario del Pdl: alle prossime elezioni, molti che volevano astenersi voteranno per il centro destra.




Gli Indignati italiani sono una nostra vecchia conoscenza. Li ho sempre visti darsi da fare in circostanze molto diverse. Il Sessantotto li aveva moltiplicati. E spinti sulle strade quasi tutti i giorni. All’inizio degli anni Settanta marciavano sotto le bandiere del Movimento studentesco. E con gli slogan più assurdi. Ricordo un grande corteo che sfilava a Milano gridando: «Fiera campionaria, fatica proletaria!». Volevano farla chiudere, perché era un affare da padroni del vapore. Ma com’era fatale non ci riuscirono. E per fortuna, almeno in quel caso, non avevano sbarre né molotov.

 Di solito gli obiettivi degli Indignati di quell’epoca non venivano mai raggiunti. Lo scopo numero uno era cambiare l’università. Possedevano ricette miracolose, la più importante prevedeva che gli atenei fossero nelle mani degli studenti. Non accadde nulla. L’università non soltanto non cambiò, ma diventò peggiore di prima.  Anche allora gli Indignati avevano frange violente. Tutte rosse. Spesso diventavano pericolose, per i danni che facevano e per le reazioni che suscitavano. Nel novembre 1969, nel corso di una battaglia di strada in una zona centrale di Milano, via Larga, accopparono un giovanissimo agente di polizia, Antonio Annarumma. E per un pelo venne evitata una ritorsione pesante: l’irruzione all’Università statale dei colleghi della guardia uccisa, pronti a uscire dalle caserme con le armi.

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Nel grande corteo di ieri a Roma, gli Indignati del 2011 hanno provocato un disastro. Erano anche loro vecchie conoscenze. Non a causa dell’età, abbastanza giovane, bensì per la connotazione politica. Centri sociali, militanti no global, Cobas, no Tav, no Ponte di Messina, avanguardie della Fiom, antagonisti, anarchici, squatter, collettivi universitari senza bussola. Tutti raccolti sotto una sigla copiata dal movimento spagnolo. Ma ancora una volta la loro furia è servita soltanto a devastare il centro della capitale, a fare molti feriti, a bruciare automobili, a distruggere agenzie bancarie e negozi, a invadere edifici pubblici.

Il bilancio di questa giornata di follia sarà tutto negativo per gli Indignati. Le istituzioni finanziarie prese di mira continueranno a lavorare, e spesso a sbagliare, come prima. La banche resisteranno, si spera: lì ci sono anche i risparmi delle famiglie di chi era in piazza. Il debito italiano dovrà essere pagato da tutti, a cominciare dai padri e dalle madri degli Indignati. Le università resteranno piene di studenti iscritti a corsi di laurea che sono soltanto fabbriche di disoccupati. E soprattutto, anche a partire da lunedì, rimarrà molto difficile trovare un lavoro fisso e pagato in modo soddisfacente. Con una conseguenza inevitabile: la frustrazione di molti ragazze e ragazzi aumenterà. Sfociando in una rabbia senza sbocco. E molto pericolosa per tutti.






Posso confessare un sentimento personale? Mi sono stancato di scrivere su questa generazione che ritiene dì non avere un futuro. Non serve a nulla neppure  parlare ai giovani con schiettezza. Si può soltanto provare sgomento per le loro famiglie. Costrette a mantenere figli e nipoti senza un lavoro, anche perché non vogliono trovarlo. Ma che cosa accadrà quando genitori e nonni non ci saranno più? Un giorno ho chiesto a un trentenne: «Che cosa farai il giorno che resterai solo?». Lui mi ha replicato: «Farò il rapinatore».  Non mi è sembrata una risposta del tutto campata in aria. Ecco una sintesi estrema del futuro che ci aspetta tutti. Non illudiamoci: nessuno avrà una vita facile. Soprattutto in un paese fragile come il nostro. Qualsiasi governo, anche meno inutile di quello odierno, dovrà prendere misure pesanti. Il numero degli indignati aumenterà. Mi ritorna in mente la Grecia di oggi. E vengo preso da un’angoscia mai provata prima.

I media italiani si rendono conto di quel che può accadere? In parte sì e in parte no. I cortei, le battaglie di strada, gli scontri fra dimostranti e forze dell’ordine piacciono molto a giornali e tivù. Sono occasioni che sembra alzino le vendite e l’audience. Rimango esterrefatto nel vedere certi cronisti televisivi che si comportano come se dovessero raccontare un grande party. Affascinati da quanto vedono. E protettivi verso i ragazzi che si agitano.
Spesso i «ragazzi» sono trentenni, ma che importanza ha? Possono essere criminali come quelli che abbiamo visto in azione a Roma. Ma per molti media sono bravi figlioli che giocano. Amano le maschere. Mostrano una fantasia da veglione delle matricole. Si sono persino inventati la Festa del Drago, per sfottere il nuovo presidente della Bce, Mario Draghi, che pure parla sempre di loro ed esagera nell’averne cura. 

Gli unici che non suscitano orgasmi sono i poliziotti e i carabinieri. Loro risultano sempre sporchi, brutti e cattivi. Fanno un lavoro pericoloso per difendere la tranquillità della gente. Ieri molti hanno rischiato di morire. E in tasca hanno meno soldi degli Indignati e di chi li sostiene. Mi domando per quanto tempo resisteranno ancora, senza decidere rappresaglie che nessuno deve augurarsi. Tuttavia anche nelle loro file qualcosa sta cambiando. Lo fa intuire una dichiarazione del capo della polizia, Antonio Manganelli, un dirigente impeccabile. Ha spiegato che le forze dell’ordine si ritrovano spesso a essere chiamate a «compiti di supplenza della politica». Un politica che «manca di affrontare, o affronta male, questioni sociali complesse».
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Già, i politici. Gli Indignati avevano deciso di tenerli in fondo al corteo. Una misura che di solito riguarda gruppi di poco conto o impresentabili. Ma un po’ di big della casta non erano infastiditi di dover marciare in coda. Per raccattare qualche voto, si sono travestiti da indignati anche loro, malgrado gli stipendi e le auto blu. Ieri in piazza era annunciata la presenza di Nichi Vendola, il capo di Sinistra e libertà. Con lui doveva marciare il suo ex maestro, Fausto Bertinotti, pronto a manifestare «con intensità e modestia». Era previsto pure Tonino Di Pietro, famoso agitatore che teme di passare di moda. E il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Lui aveva spiegato: «Sono sempre stato più vicino ai movimenti che ai partiti». In fondo è una compagnia migliore delle spazzatura sulle strade della sua città.

Come avranno reagito a quell’assalto alla democrazia repubblicana, durato per ore e ore? Forse lo sapremo domani. Grazie a qualche dichiarazione ipocrita: condanna della violenza, solidarietà alle forze dell’ordine, bla bla bla. (articolo di Giampaolo Pansa - fonte Libero-news)

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